Introduction of my book edited by Denis Curti

I have this idea that photography is a complex, not very clear language. The idea reflects the constant renewal of the vocabulary of imagery, which is replenished and evolves with daily updates, from contemporary culture, visions and technology. Italo Zannier says that photography is not a technique. It’s an ideology. According to Brassai, photography should suggest and not insist or explain. And, lastly, the great Eugene Smith used to say: “Let truth be the prejudice.”

On these grounds, I naturally began to look at Carlo Carletti‘s photographs with the prejudice that I have always had as regards the genre disciplines, convinced that they impose limits on creativity. Then I met the photographer, I listened to his words, his reasons. I sensed his capacity to convey an awareness and outline a different context from that which I had initially perceived for ceremonial photographs.

I’VE ALWAYS FELT A STRONG ATTRACTION TO THE BARTHESIAN THEMES OF THE SPATIALTEMPORAL DOUBLE IN PHOTOGRAPHY. BUT THIS MEANS THE PAST IS RE-PRESENTED INSOFAR AS ‘IT WAS’, BUT ALWAYS FRAMED IN THE PRESENT. PHOTOGRAPHY DOESN’T RECALL SOMETHING ELSE, BUT IN SOME INDECIPHERABLE WAY IS THAT VERY THING. THIS MYSTERY OF THE PRESENT MEMORY IS UNDOUBTEDLY WHAT FASCINATES ME MOST IN PHOTOGRAPHY AND PHOTOGRAPHS. THE REST IS IN ANY CASE SECONDARY: BEAUTIFUL OR UGLY, THE GENRE, MODELS AND STYLES.

says Carletti.

On hearing these words, my prejudice was pushed to the background and these photographs reveal a way of looking that is capable of narrating. Of gathering scattered feelings. Of ordering emotions. Of restoring the sense of one and several stories, together with reflections on photography and its persistent memory. In fact in Carlo Carletti’s thoughts and images the reference to Roland Barthes’ concept of relique to explain photography as a symbol and sign of the inexorable dissolving action of time clearly emerges and is more comprehensible within his personal creative context.

A wedding, the most exciting day, the event intensely dreamed of and longed for in the life of a couple, provides a typical illustration of this concept. On these premises, the photographer pursues the dreams and desires of the people portrayed so as to stage their feelings and sentiments in a unique narrative, which goes beyond simple documentation.

The scenes in his photographs – consisting of gazes, poses and expressions – capture unrepeatable moments so that they will never be forgotten and they will always be kept in the only place possible, the place of images, in which the signs of time become indelible and enduring. In this sense Carlo Carletti’s wedding photographs successfully express a memory, in a narrative sequence in which the photographer explores people’s own desires to be represented.
The poetics of the photographic stage-setting thus open up to the concept of the “candid camera”: an approach – a combination of style and research – that explores the depths of the portrayed persons’ feelings in order to translate their purest and innermost expressions. The selfawareness of the gaze behind the lens reveals the complicity of a shared action, involving the photographer and the protagonists in the scene, through an emotional process for which photography is the most spontaneous expressive means.

What attracts me most in Carlo Carletti’s wedding photography is his awareness of vision: this makes him an artist in the world of photography and specifically in that of ceremonial photography. His style is neither static nor standardised, but narrative and expressive, thanks to the aesthetics concealed in the naturalness of the poses and the spontaneous nature of the actions. Shot after shot, the sequences of Carlo Carletti’s images immortalise a present moment in the very act of becoming past.

All of this provides the photographer with the indispensable inspiration for the construction of highly effective stage sets and compositional solutions, in which the people move easily and wish to leave immemorial traces of such a spellbinding moment. At the end of his own thoughts on the subject, Carlo Carletti highlights the close relationship between reality and representation which in photography finds the space to generate new contexts and collective images, to the background of a carefully chosen memory and a vivid present:

IF I DID NOT REPROGRAMME MENTALLY THIS POSTHUMOUS EFFECT WITH THE BEST IMAGINARY RESULT POSSIBLE IN THE PHOTOGRAPHS THAT I TAKE, I WOULDN’T CARE AT ALL ABOUT PHOTOGRAPHY ITSELF

In Carlo Carletti’s words I rediscovered the poetics of images underlying all narratives, poetics based on the ambiguity and specificity of the photographic medium. Ultimately, the key for understanding “the most marvellous invention” has always lain in interpreting reality. This has led to the multifaceted power of photographic language, which can portray an inner essence, a feeling and an emotion only through a self-conscious willingness to generate non-mirror images with which the subject of the vision can identify as the author – like the photographer – of the creative act.
Denis Curti

Introduzione di Denis Curti al mio libro

Ho un’idea della fotografia come di un linguaggio complesso e poco chiaro. Tale idea scorre parallela al costante rinnovamento del vocabolario delle immagini, che si nutre e si evolve con aggiornamenti quotidiani, che hanno a che fare con la cultura, con la visione e con la tecnologia contemporanee.

Italo Zannier dice che la fotografia non è una tecnica. È un’ideologia.

Per Brassaï, la fotografia deve suggerire, non insistere o spiegare. I

nfine, il grande Eugene Smith diceva:

«Usate la verità come pregiudizio». Con queste premesse è naturale che io abbia cominciato a guardare gli scatti di Carlo Carletti con il pregiudizio che ho sempre avuto nei confronti delle discipline di genere, convinto delle limitazioni creative che queste impongono. Poi l’incontro con l’autore. Le sue parole. Le motivazioni. La sua capacità di trasferire consapevolezza e di disegnare i contorni di un contesto diverso da quello percepito inizialmente nei confronti della
fotografia di cerimonia.

«[…] ho sempre avvertito – dice Carletti – una forte suggestione per i temi barthesiani del doppio spazio temporale proprio della fotografia; per mezzo della quale il passato si ripresenta in quanto “è stato”, ma sempre all’interno della cornice del presente.

La fotografia non ricorda qualcosa ma è in qualche indecifrabile maniera quella cosa stessa. Questo mistero della memoria presente è indiscutibilmente ciò
che mi affascina di più in fotografia e nelle fotografie. Il resto è comunque secondario: bello o brutto, generi, stilemi, stile». Con queste parole, il mio pregiudizio resta sullo sfondo e queste fotografie rivelano uno sguardo capace di raccontare. Di raccogliere sentimenti sparsi. Di mettere in fila emozioni. Di restituire il
senso di una e tante storie, insieme alla riflessione sulla fotografia e la sua persistente memoria. Di fatto, nel pensiero e nelle immagini di Carletti, il richiamo al concetto di reliques cui Roland Barthes riconduceva la fotografia, in quanto simbolo e segno dell’inesorabile azione dissolvente del tempo, si fa evidente e ancor più comprensibile all’interno del suo personale contesto creativo. Il matrimonio, il giorno più bello, l’evento tanto sognato e sospirato nella vita di una coppia, trova in questo concetto il campo di espressione per eccellenza.

Con queste premesse, infatti, il fotografo insegue i sogni e i desideri dei suoi soggetti, per metterne in scena le emozioni e i sentimenti, in un racconto unico, che va oltre la semplice documentazione. Le scene delle sue fotografie, fatte di sguardi, pose ed espressioni, catturano momenti irripetibili, perché non vengano mai dimenticati e perché vengano custoditi nell’unico luogo possibile, quello delle immagini, in cui i segni del tempo si fanno indelebili e duraturi. In questo senso, le fotografie di Carletti riescono a esprimere il ricordo, in una sequenza narrativa in cui la
ricerca dall’autore si muove tra i desideri di rappresentazione dei soggetti stessi.

Ecco allora che la poetica della messa in scena fotografica si apre al concetto di candid: un approccio, uno stile e insieme una ricerca che va a fondo nei sentimenti dei soggetti rappresentati per tradurne le espressioni più pure e profonde. La consapevolezza dello sguardo dietro l’obiettivo svela allora la complicità di un’azione condivisa, non solo dal fotografo ma anche dai protagonisti della scena,  attraverso un processo emotivo che trova nella fotografia il più spontaneo strumento espressivo.

Quello che più mi interessa nella fotografia di Carletti è proprio la consapevolezza della visione: ciò rende il fotografo un autore nel mondo della fotografia, e nello specifico, della fotografia di cerimonia. Il suo stile non è né statico né standardizzato, bensì narrativo ed espressivo, complice di una bellezza che si nasconde nella naturalezza delle pose e nella spontaneità delle azioni.  Scatto dopo scatto, la sequenza delle immagini di Carletti immortala un presente nell’atto stesso in cui diventa passato. Tutto ciò rende al fotografo l’ispirazione irrinunciabile per la costruzione di scenografie e soluzioni compositive di grande effetto, dove i soggetti si muovono leggeri e desiderosi di lasciare dietro di sé le tracce immemorabili di quel momento così magico.

Lo stesso Carletti, alla fine della sua riflessione, mette in evidenza lo stretto rapporto tra realtà e rappresentazione che in fotografia trova lo spazio per generare contesti nuovi e immaginari, sullo sfondo di una memoria ricercata e di un vivido presente: «Se non riprogrammassi mentalmente quest’effetto postumo con il miglior risultato immaginario possibile nelle fotografie che scatto non mi importerebbe niente della fotografia stessa».

Nelle parole di Carletti ho ritrovato la poetica delle immagini alla base di ogni racconto, che fonda la sua natura nell’ambiguità e nella specificità del mezzo fotografico. In fondo, la chiave di lettura dell’invenzione meravigliosa è sempre stata nell’interpretazione della realtà. Ciò ha consentito la potenza poliedrica del suo stesso linguaggio, che può ritrarre un’essenza interiore, un sentimento e un’emozione solo con la volontà consapevole di generare immagini non speculari, in cui l’oggetto della visione possa identificarsi, artefice come il fotografo dell’atto creativo.

Denis Curti

Carlo Carletti Italian Wedding Photographer

Carlo Carletti, Italian wedding photographer. Discover the wedding stories he has to tell and be inspired by the emotions that only Italy is able to give.

P.IVA 00916500523
Last Update 29/05/2020
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