“Fotografie di Matrimoni” di Carlo Carletti

Categoria: libri fotografici

Ho un’idea della fotografia come di un linguaggio complesso e poco chiaro. Tale idea scorre parallela al costante rinnovamento del vocabolario delle immagini, che si nutre e si evolve con aggiornamenti quotidiani, che hanno a che fare con la cultura, con la visione e con la tecnologia contemporanee. Italo Zannier dice che la fotografia non è una tecnica. È un’ideologia. Per Brassaï, la fotografia deve suggerire, non insistere o spiegare. Infine, il grande Eugene Smith diceva: «Usate la verità come pregiudizio».

Con queste premesse è naturale che io abbia cominciato a guardare gli scatti di Carlo Carletti con il pregiudizio che ho sempre avuto nei confronti delle discipline di genere, convinto delle limitazioni creative che queste impongono. Poi l’incontro con l’autore. Le sue parole. Le motivazioni. La sua capacità di trasferire consapevolezza e di disegnare i contorni di un contesto diverso da quello percepito inizialmente nei confronti della fotografia di cerimonia.

«[…] ho sempre avvertito – dice Carletti – una forte suggestione per i temi barthesiani del doppio spazio temporale proprio della fotografia; per mezzo della quale il passato si ripresenta in quanto “è stato”, ma sempre all’interno della cornice del presente. La fotografia non ricorda qualcosa ma è in qualche indecifrabile maniera quella cosa stessa. Questo mistero della memoria presente è indiscutibilmente ciò che mi affascina di più in fotografia e nelle fotografie. Il resto è comunque secondario: bello o brutto, generi, stilemi, stile».

Con queste parole, il mio pregiudizio resta sullo sfondo e queste fotografie rivelano uno sguardo capace di raccontare. Di raccogliere sentimenti sparsi. Di mettere in fila emozioni. Di restituire il senso di una e tante storie, insieme alla riflessione sulla fotografia e la sua persistente memoria. Di fatto, nel pensiero e nelle immagini di Carletti, il richiamo al concetto di reliques cui Roland Barthes riconduceva la fotografia, in quanto simbolo e segno dell’inesorabile azione dissolvente del tempo, si fa evidente e ancor più comprensibile all’interno del suo personale contesto creativo. Il matrimonio, il giorno più bello, l’evento tanto sognato e sospirato nella vita di una coppia, trova in questo concetto il campo di espressione per eccellenza. Con queste premesse, infatti, il fotografo insegue i sogni e i desideri dei suoi soggetti, per metterne in scena le emozioni e i senti- menti, in un racconto unico, che va oltre la semplice documentazione. Le scene delle sue fotografie, fatte di sguardi, pose ed espressioni, catturano momenti irripetibili, perché non vengano mai dimenticati e perché vengano custoditi nell’unico luogo possibile, quello delle immagini, in cui i segni del tempo si fanno indelebili e duraturi. In questo senso, le fotografie di Carletti riescono a esprimere il ricordo, in una sequenza narrativa in cui la ricerca dall’autore si muove tra i desideri di rappresentazione dei soggetti stessi.

Ecco allora che la poetica della messa in scena fotografica si apre al concetto di candid: un approccio, uno stile e insieme una ricerca che va a fondo nei sentimenti dei soggetti rappresentati per tradurne le espressioni più pure e profonde. La consapevolezza dello sguardo dietro l’obiettivo svela allora la complicità di un’azione condivisa, non solo dal fotografo ma anche dai protagonisti della scena, attraverso un processo emotivo che trova nella fotografia il più spontaneo strumento espressivo.

Quello che più mi interessa nella fotografia di Carletti è proprio la consapevolezza della visione: ciò rende il fotografo un autore nel mondo della fotografia, e nello specifico, della fotografia di cerimonia.

Il suo stile non è né statico né standardizzato, bensì narrativo ed espressivo, complice di una bellezza che si nasconde nella naturalezza delle pose e nella spontaneità delle azioni. Scatto dopo scatto, la sequenza delle immagini di Carletti immortala un presente nell’atto stesso in cui diventa passato. Tutto ciò rende al fotografo l’ispirazione irrinunciabile per la costruzione di scenografie e soluzioni compositive di grande effetto, dove i soggetti si muovono leggeri e desiderosi di lascia- re dietro di sé le tracce immemorabili di quel momento così magico.

Lo stesso Carletti, alla fine della sua riflessione, mette in evidenza lo stretto rapporto tra realtà e rappresentazione che in fotografia trova lo spazio per generare contesti nuovi e immaginari, sullo sfondo di una memoria ricercata e di un vivido presente: «Se non riprogrammassi mentalmente quest’effetto postumo con il miglior risultato immaginario possibile nelle fotografie che scatto non mi importerebbe niente della fotografia stessa».

Nelle parole di Carletti ho ritrovato la poetica delle immagini alla base di ogni racconto, che fonda la sua natura nell’ambiguità e nella specificità del mezzo fotografico.

In fondo, la chiave di lettura dell’invenzione meravigliosa è sempre stata nell’interpretazione della realtà. Ciò ha consentito la potenza poliedrica del suo stesso linguaggio, che può ritrarre un’essenza interiore, un sentimento e un’emozione solo con la volontà consapevole di generare immagini non speculari, in cui l’oggetto della visione possa identificarsi, artefice come il fotografo dell’atto creativo.

Denis Curti

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