[IL MATRIMONIO SI VESTE DI REPORTAGE]
di Mosé Franchi

Non avremo spazio a sufficienza: ne siamo certi. L’incontro, telefonico purtroppo, con
Carlo Carletti (il professionista della settimana), ci ha aperto a considerazioni
complesse sulla fotografia nel suo insieme, ma anche su molti modelli diå
comportamento inerenti al linguaggio fotografico e non.
Abbiamo parlato a lungo con lui, dimenticando di chiedergli cosa si provi nell’essere
riconosciuto, per due volte, fotografo dell’anno secondo la Wedding Photojournalistic
Association. Peccato mortale? Forse, ma nel dialogo ha vinto la fotografia, il racconto
che può sviluppare, il bianco e nero voluto e cercato, quell’immagine senza tempo
che ci riporta ai grandi di ieri e oggi, ai quali anche il nostro appartiene.
Carlo Carletti si occupa di reportage: tra luoghi e gente. La via del matrimonio
crediamo consista in una scelta oggettiva, di committenza: ma il nostro plauso deve
iniziare proprio da lì; perché i valori che riesce a mettere in campo sono i soliti, lucidi
per coerenza e sincerità. Anzi, la “porta stretta” di un percorso obbligato amplifica
quella maestria coltivata tra i sogni giovanili: dove il soggetto vive per chi guarda e
non per il fotografo.
Carlo si occupa prevalentemente di cerimonie commissionate dall’estero (USA e
Inghilterra per lo più). Sposi ed invitati vengono in Italia per celebrare le nozze tra i
luoghi più famosi, facendosi poi immortalare dal nostro professionista. E’ un po’ un
modello italiano a vincere: tra scatto e sceneggiatura. Questioni di credibilità, che
però meriterebbero ulteriori riflessioni. C’è un’idea italiana di fotografia, che poggia
magari sul neo realismo ed anche su un volto italico del dopoguerra: quello divulgato
dalla Cinecittà di De Sica, Alberto Sordi, Monicelli; c’è però anche un’idea di un Italia
buona, dove anche i “ladri di biciclette” non vivono ai margini, ma sono portavoce del
linguaggio sociale del tempo. Al di là della retorica (gli anni ’50 possono risultare
anche una fuga alla modernità), c’è un comportamento da difendere: un
atteggiamento alla vita. Dalle immagini di Carlo traspare anche questo: tra le
comparse mute di un vaporetto veneziano o la pioggia romana attraverso il vetro di
un’automobile. E’ qualcosa di nostro, che ci riguarda tutti e che Carlo porta
continuamente a galla. Che si chiami coraggio? Un’altra riflessione, ma la lasciamo al
lettore.
Grazie a Carlo Carletti per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

D] Carlo, quando inizi a fotografare e perché?
R] Piuttosto tardi, a 29 anni: durante il corso di Laurea avevo un po’ di soldi ed ho
acquistato una Pentax.
D] La formazione?
R] Sono autodidatta. Ho cominciato a comperare i volumi di Adams, i libri
dell’applicazione alla stampa, i manuali di tecnica e così via. Mi sono anche inserito
nel gruppo “La Bottega dell’Immagine”, che peraltro esiste ancora. Lì ho conosciuto
un fotografo che mi è stato molto d’aiuto: nel B/N e per la Camera Oscura. Sai,
all’inizio le cose non vanno come ti aspetti: commetti tanti errori e le fotografie non
vengono come vedi sulle riviste. Una volta affinato il tiro (HP5, D76, stampa con luce
diffusa) mi sono creato una mia visione. Ho anche frequentato un Workshop con
Gianni Berengo Gardin, presso la fondazione Marangoni.
D] Momenti intensi …
R] Sì, ed è venuto anche il primo lavoro: dedicato ai bambini dell’istituto Santa
Regina, dove peraltro svolsi il servizio civile. Ero dotato di Leica allora ed intitolai
tutto “Quei Ragazzi di Santa Regina”. Ricordo che il mio operato non piacque a
Francesco Cito, incontrato a Siena per via del Palio. Gli sembrò troppo posato.
D] Tu sei nato nel reportage …
R] Sì, la professione, quasi per invenzione, mi ha portato a fotografare le persone:
da qui la mia propensione al matrimonio. A livello personale, ho conservato la
passione per i luoghi: come la Maremma, che ho fotografato per anni. Su quella
parte della Toscana ho pubblicato due volumi: il primo, Terra Agra, è dedicato a
Luciano Bianciardi; il secondo, Maremma, ha un connotato più panoramico, perché
nel frattempo mi ero dotato di una Silvestri e di un atteggiamento più da “treppiede”.
D] I volumi sulla Maremma sono i tuoi primi lavori editoriali?
R] No, il primo libro è stato “Luce Chiara”. E’ dedicato agli androni dei palazzi di
Siena e parla di una città chiusa, intima. Feci tutto il lavoro con una Canon EOS 1n
ed un 17 – 35 f/2,8 AF. Naturalmente la pellicola era sempre una HP5, rivelata con
D76: tassativamente.
D] Quando hai iniziato come professionista?
R] A 30 anni. Mi ero laureato a 29. Mi sono fatto dare 20 milioni e ho aperto uno
studio. Avevo perso mio padre, per cui vestivo anche il ruolo di padre di famiglia. Mia
madre mi voleva avvocato anche nella professione: era disperata.
D] Hai cominciato con uno studio?
R] Sì, a Poggibonsi: prima con un socio, poi con un altro …
D] Subito col matrimonio?
R] Beh, no. Il tentativo era quello di lavorare nei settori elettivamente professionali,
tipo: pubblicità, brochure e via dicendo. Passai al matrimonio per incrementare le
entrate, ma all’inizio vivevo il tutto come una sconfitta. Per caso mi introdussero
nell’ambienta inglese e americano. Ritrassi la prima cerimonia nel ’98. Ricordo che
mostrai prima un album tradizionale, poi un altro in B/N: davanti al quale cercai di
essere convincente, anche perché parlava il linguaggio del reportage.
D] Come andò a finire?
R] Feci quel lavoro e piacque anche a me: raccontai una storia. Che dire? Sono stato
fortunato: se non fosse andata così, sarebbe stata dura. Anche l’avere lo studio a
Poggibonsi si è rivelato indicato, perché era vicino a tutte le destinazioni toscane più
ricercate (San Gimignano, Siena, Firenze).
D] Insomma, hai aperto un canale oltre l’Oceano e la Manica: ti sento
soddisfatto per questo …
R] Non voglio sembrati snob, ma all’estero (soprattutto USA e UK) tu sei “il
professionista”, “il fotografo”, l’autore che racconta la storia di una giornata.
D] Hai avuto degli elementi ispiratori? Altri fotografi che hanno avuto un
influsso su di te?
R] Forse lo hai capito: Berengo Gardin su tutti, per il reportage è ovvio. Debbo dirti
che ho amato anche Salgado. Sulle prime, ti sembra un po’ epico; poi ti accorgi che
ha tanto mestiere. E’ un uomo straordinario.
D] Insomma, quasi d’incanto inizia una carriera fatta di matrimonio e
reportage insieme; la stessa che poi ti accompagna anche oggi …
R] Esattamente.
D] Quali sono le qualità per affrontare questa “doppia” disciplina
fotografica?
R] Per prima cosa, è importante il fattore umano: ti debbono risultare simpatiche le
persone. Se ti rechi alla cerimonia un po’ demotivato, senza la curiosità di indagare,
il lavoro non inizia sotto dei buoni auspici.
D] Cosa può incuriosire?
R] Beh, già il fatto che una coppia venga dagli USA per sposarsi dovrebbe indurre
qualche domanda. Io approccio sposi e invitati con un atteggiamento scherzoso, alle
volte scimmiottando Alberto Sordi; tutto ciò apre un po’ le porte e crea il clima
giusto. Tieni conto che spesso incontro i miei soggetti solo il giorno della cerimonia.
Una volta che il meccanismo si è messo in moto, esco di scena e inizio a fotografare;
questo senza mai scomparire. Debbono sentire che ci sono, con una presenza quasi
intimidatoria. Insomma, per fare il mio mestiere bisogna essere dotati di simpatia,
umanità ed anche di un istinto vigile che abbia un influsso su chi verrà fotografato.
D] Fino ad adesso mi hai parlato di qualità “umane”, cosa puoi dirmi invece
relativamente a quelle tecniche?
R] Occorre usare la luce lampo con moderazione. Oggi, in tal senso, la tecnologia ci
viene in aiuto. Col digitale stiamo riscoprendo la luce ambiente, il che è un
vantaggio. Gli ISO a disposizione sono veramente abbondanti.
D] Con le tue affermazioni mi hai reso curioso: perché una coppia
statunitense dovrebbe venirsi a sposare in Italia?
R] Per prima cosa, molti sono figli d’immigrati italiani. Del resto, la nostra nazione è
amata all’estero, rappresentando anche un luogo turistico d’eccellenza. E poi c’è la
“dolce vita”, l’idea dei paparazzi, il mito di Ravello (Amalfi) nato con la famiglia
Kennedy, il buon cibo. Insomma, come dicono loro: “In Italia si sta bbene”.
D] Il matrimonio anglosassone e quello “nostrano” vivono delle stesse
regole?
R] Gli americani, ed anche gli inglesi, sono molto più organizzati, il che per chi ci
lavora in mezzo rappresenta una bella comodità. I loro matrimoni sono molto più
curati, già nei ruoli. Tra gli ospiti puoi trovare il “Best Man”, che poi è un testimone
con dei compiti operativi. Il gruppo degli invitati è poi diviso in gruppi omogenei:
sposo ed amici, ad esempio, sono vestiti alla stessa maniera. C’è poi un altro aspetto
che distingue le loro cerimonie dalle nostre: inglesi e americani si divertono a fondo;
non vedi nessuno che sta seduto in un angolo come un estraneo. Da loro c’è l’angolo
dei discorsi e poi si balla: tanto. De Sica diceva: “Come ballano gli americani non
balla nessuno”; forse gli ebrei anche di più.
D] Qual è l’attrezzatura che ti porti dietro?
R] In epoca analogica usavo una Canon EOS 1n ed una Leica. La prima mi serviva
soprattutto per le foto di rito (scambio anelli e via dicendo), magari accoppiata col
flash dedicato; e poi per tutti gli scatti “di sicurezza”.
D] Le ottiche?
R] Le ottiche erano 17 – 35 e 28 – 70, entrambe f/2,8; con la Leica usavo un 28
mm.
D] Oggi cosa ti porti dietro?
R] EOS 5D Mark II e EOS 5D.
D] Ottiche?
R] 16 – 35 f/2,8; 24 – 105 stabilizzato; 70 – 200 f/2,8.
D] Cosa restituisci agli sposi alla fine del tuo lavoro?
R] Dei libri di mia ideazione, con delle foto rilegate. Sono fatti a fascicoli, quasi dei
Moleskine, ma molto grandi. E poi un DVD con tutti gli scatti.
D] 15 anni di carriera: c’è un progetto o un sogno che non sei riuscito a
portare a termine ma che è ancora nei tuoi obiettivi?
R] Non mi viene da pensare a nulla: non ho alcun rimpianto. Ho vinto due volte il
riconoscimento internazionale più importante (del mio genere, è ovvio) e non sono
riuscito a sfruttare a fondo la prima occasione; la seconda volta vorrei non sbagliare.
Il mio sogno è approdare a New York, presso le famiglie numerose: che non
potrebbero quindi venire in Italia.
D] Non pensi che ti verrebbe a mancare l’italianità? Quella di Fellini, della
dolce Vita?
R] Forse, ma potrei esportare l’italian style: il nostro modo di vedere il matrimonio.
D] Tu imposti il tuo lavoro come un racconto?
R] Sì, chiaramente “chiedo” qualche scena e faccio in modo che qualcun’altra venga
ripetuta.
D] Chi è il personaggio principale del tuo racconto?
R] La sposa: è ovvio. Lei fa tutto e decide ogni cosa. Se riesci a conquistarla, hai già
venduto il servizio.
D] Le tue donne sono molto belle ….
R] Beh, tu hai visto quelle del sito. La bellezza, purtroppo, aiuta: nella spontaneità
ed anche nella consapevolezza. Diciamo che va incontro anche al fotografo, che può
divertirsi: in caso contrario, occorre lavorare per il decoro; ed è un’altra cosa.
D] Che tipo di donna esce dalle tue immagini?
R] Non è una donna fashion e neanche alla moda. E’ spontanea e si mette in gioco:
divertendosi; in lei manca anche la vanità. Tieni conto che anche la mia impostazione
al lavoro aiuta molto; le pose che “chiedo” sono particolari: alle volte faccio anche
saltare gli invitati.
D] Mi hai già detto che vieni dall’analogico: qualche rimpianto?
R] Quel tipo di rimpianto lo abbiamo tutti. Con la pellicola c’era più poesia, per via di
rischio maggiore; e oggi, con tutto il controllo che abbiamo, possiamo rendercene
conto a fondo. La paura di sbagliare, però, ti restituiva quell’adrenalina utile per
andare avanti, per cercare lo scatto venturo: quello migliore. Col digitale sei quasi
“narcotizzato”: il che mina la creatività. C’è poi l’effetto “cotto e mangiato” che ti
toglie di dosso l’inquietudine verso ciò che stai facendo. Per questo le foto che
vediamo sono tutte uguali: manca quella “sbagliata”, che poi era la più bella di tutte.
D] In tanti anni, chissà quanto episodi curiosi ti sono capitati …
R] Non ne ricordo uno in particolare; diciamo che siamo in una situazione limite,
dove tutto deve funzionare bene: perché quando vieni dagli USA, nessun ostacolo
può (né deve) fermare la cerimonia.
D] Prima abbiamo parlato delle qualità necessarie per affrontare il tuo
lavoro. Quali sono invece le difficoltà?
R] La difficoltà principale risiede nell’abitudine: il lay out è sempre quello. Alle volte
non hai voglia di essere divertente e neanche di entrare in scena. Perché, non
dimentichiamolo, il mio approccio alla cerimonia è comunque scherzoso; siamo ad
una festa e la gente vuole divertirsi. L’altra grande difficoltà sta nell’unicità
dell’evento e non puoi sbagliare. Sappi che, comunque, siamo sempre in due. Nessun
problema deve concretizzarsi.
D] Chi viene con te è un assistente?
R] No, un secondo fotografo.
D] Simpatia, italianità: il fotografo per gli USA ha un ruolo ben preciso …
R] Sì, perché è atteso. Un matrimonio, senza fotografo, non sarebbe veramente tale.
D] Ti vesti anche in maniera particolare?
R] Giacca e cravatta: questo perché non conosco il contesto nel quale lavorerò.
Posso trovarmi a Venezia, con tutti gli invitati in lungo. Tieni conto che c’è anche
l’esigenza di mimetizzarsi: con l’abito buono, posso andare in giro senza essere
notato troppo.
D] Nel matrimonio qual è il momento più bello?
R] Quando si va via. Hai scattato ciò che ti serviva e senti di avere una storia tra le
mani. La festa, comunque, è il momento più divertente.
D] Ricevi dei commenti da oltre oceano?
R] Sì, molti: e sono tutti entusiasti.
D] Ci sono delle foto a cui sei affezionato più di altre?
R] Quelle che ho messo nel mio sito sono le immagini che preferisco. Io, però, non
mi affeziono alle fotografie ottenute per lavoro, ma a quelle che vengono da una
ricerca personale. Non potrebbe essere altrimenti.
D] Scatti a colori?
R] Sì.
D] In RAW?
R] Ovvio, come a suo tempo mi ha insegnato Gianluca Cazzeddu: adesso un tuo
collega. Lui mi ha introdotto al mondo del digitale. Per me è stata una fortuna
incontrarlo, perché è riuscito a farmi traghettare la cultura della Camera Oscura in
quella di Photoshop. A proposito: anche lui veniva dalla CO.
D] Esegui da solo il ritocco?
R] Sì, se non intendi la “cosmesi”: perché quella non la faccio. Diciamo che sistemo i
file per la stampa.
D] Parti dai livelli?
R] Certo, poi converto il tutto in B/N. Uso Light room ed esporto in TIFF. Del resto,
“brucio” e “maschero”, come si faceva in camera oscura.
D] Quando incontri Canon? Quasi da subito?
R] La incontro quando apro lo studio. Usavo Leica, ma avevo bisogno di una
macchina per lavorare.
D] Canon ti ha aiutato nella tua carriera?
R] Ha rappresentato uno strumento molto utile e professionale. Ci sono stati degli
obiettivi Canon che mi hanno cambiato la vita: il 17 – 35 f/2,8 è uno di questi. Oggi
poi c’è l’alta sensibilità ed il rumore assente.
D] Se potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?
R] Vorrei vivere 10 anni buoni e poi cambiare strategia: incarnare più l’autore e
meno il professionista da committenza. Insomma, mi piacerebbe vendere le mie
opere.
D] Infatti hai appena aperto una galleria …
R] Sì, per prepararmi alla seconda fase della mia carriera. Ci vuole tempo.
D] La galleria è già partita?
R] Si, con un esposizione delle mie fotografie e quelle di Carlo Vigni. Ma ad Agosto
ci sarà Gianni Berengo Gardin …
Grazie a carlo Carletti per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

Mosé Franchi

Carlo Carletti ha vinto per la seconda volta il premio WPJA (Wedding
Photo Journalistic Association) il più prestigioso riconoscimento internazionale
nell’ambito della fotografia di reportage di eventi conferito negli Stati Uniti. Carlo Carletti
è l’unico fotografo al mondo ad aver conseguito per ben due volte questo
importantissimo titolo (nell’edizione del 2006 e in quella del 2010).
Il suo lavoro è stato pubblicato nelle più note riviste di settore quali KODAK Pro
Magazine, KULT, AMERICAN PHOTO che lo seleziona tra i fotografi vincitori del Concorso
Internazionale “Images of the Year” nella sezione Matrimoni/Ritratti, e JM-Just Married
che lo annovera tra i 10 migliori fotografi al mondo nella fotografia di cerimonia.
Nel 2009 La casa editrice DeAgostini sceglie Carlo Carletti come unico fotografo di
riferimento per un volume monografico sulla fotografia di cerimonia all’interno della
collana ‘Corso di Fotografia Digitale’.
Carlo Carletti alterna il suo lavoro professionale con una ricerca personale riguardante la
fotografia di territorio e anche su quest’ argomento, negli anni, ha pubblicato diversi
volumi dedicati alle aperture dei paesaggi della Maremma Toscana quali MAREMMA
(2004), TERRA AGRA (2000) con presentazione di del Prof. Alberto Olivetti, e ai deserti
delle Crete Senesi con il volume VICINI PAESAGGI (2001), alla LUCE CHIUSA (1998)
negli ingressi dei palazzi storici senesi, introdotta in catalogo dal Prof. Mario Verdone.
Per visionare il materiale del fotografo si potrà trovare molte immagini, divise per
sessioni nel blog dedicato al suo lavoro www.carlocarletti.com/blog.

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